Olimpia Fulvia Morata rappresenta insieme un unicum e una figura emblematica dell’Italia del Cinquecento. Fu celebrata come un “miracolo del suo secolo” per la sua erudizione classica, maturata a Ferrara, alla corte italo-francese di orientamento protestante di Renata di Francia, duchessa d’Este, ma abbracciò poi la causa della Riforma, aderendo con passione alla religione evangelica.
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Divenuta moglie di un medico luterano, anch’egli istruito nell’ambiente aperto di Ferrara, emigrò con lui a Schweinfurt, in Franconia, per professare liberamente la sua fede e comporre le sue opere poetiche. Divenne in breve il punto di riferimento degli umanisti e di molti riformatori europei, soprattutto italiani e tedeschi, tanto che le fu offerta una cattedra di greco all’Università di Heidelberg – la prima a una donna. Fuggita a stento dalle guerre di religione a Schweinfurt, morì a soli ventinove anni a seguito delle sue dolorose traversie. L’epistolario e le opere consentono di penetrare nel suo pensiero e nei suoi sentimenti con grande vivezza, restituendoci l’immagine di una donna intellettualmente libera, appassionata nella sua fede, simbolo di un’epoca di conflitti religiosi, culturali e politici. La pubblicazione dei suoi scritti a Basilea a opera del grande umanista eterodosso Celio Secondo Curione, le diede fama europea e di lunga durata.